24 marzo 2008

 
     

Autoritarismi e genocidi : solo un ricordo del passato ?
di Alessandro Balducci

Clea Koff, antropologa forense impegnata nelle ricerche delle prove sui massacri di massa in Ruanda e nella ex Jugoslavia, verso la fine del suo bellissimo libro "La Memoria delle ossa", fornisce una spiegazione su cosa possa aver spinto i governi di quei Paesi a commettere dei crimini contro l'umanità: "Dopo avere visto in due continenti diversi centinaia di cadaveri che raccontano tutti la stessa storia, ho cominciato a chiedermi che cosa sia successo davvero nel corso di quei conflitti. Qual era il minimo comune denominatore che portava allo stesso risultato? Uno è emerso nelle aule del tribunale dell'ONU: la decisione del governo di riunire e uccidere le persone prescelte e di espellerne altre attivamente o diffondendo il terrore".

"La questione, però," - prosegue l'autrice del libro - "rimane ancora aperta. Perché quei governi hanno deciso di uccidere parte del loro stesso popolo? Perché non soltanto esercito e polizia, ma anche barbieri e meccanici hanno cominciato ad assassinare i propri vicini? La risposta è: «l'interesse personale». Singole persone all'interno di un governo con un certo orientamento ideologico e in assenza di oppositori politici hanno appoggiato istituzioni nazionali che garantivano loro il potere. Ciò che ha intorbidato le acque sono le «motivazioni» addotte da chi prendeva tali decisioni. Consideriamo il Kosovo: con le stragi e le espulsioni degli anni Novanta i serbi volevano veramente vendicare la battaglia del 1389, come sosteneva il presidente serbo Slobodan Milosevie? O volevano, invece, impadronirsi delle regioni ricche di risorse minerarie del Kosovo che rendono alla Serbia fino a cinque miliardi di dollari all'anno? Ma prendiamo anche il Ruanda: gli Hutu hanno ucciso i loro vicini e i figli dei loro vicini semplicemente perché erano Tutsi, come il governo li esortava a fare? Oppure hanno agito così perché il governo aveva promesso loro le terre che altrimenti sarebbero state ereditate all'infinito dalle generazioni tutsi?".

Queste considerazioni hanno delle conseguenze che riguardano anche i Paesi dell'Occidente industrializzato, come infatti spiega più avanti la stessa Koff: "A parte chi deteneva il potere all'interno del governo che incitò allo sterminio, i ruandesi erano persone come noi, con gli stessi desideri e le stesse necessità di cibo, casa, amore e vita. Ad alcuni fu detto di uccidere per non essere uccisi, mentre il nome di altri veniva inserito negli elenchi delle persone da eliminare. Potrebbe succedere in qualsiasi parte del mondo: a ovest come a est, nel «primo» come nel «terzo» mondo, nei Paesi «in via di sviluppo» come in quelli «supersviluppati». Non potrei fare un'affermazione del genere se quello che è accaduto in Ruanda fosse stata violenza tribale. Uccidere i Tutsi («a causa della loro cattiveria innata») è stata una decisione arbitraria. Ecco perché potrebbe accadere ovunque, in presenza degli ingredienti giusti: certe persone al governo in competizione con altre per l'acquisizione di risorse naturali o ricchezze."

In Italia e in Germania è già successo qualcosa di molto simile (e si spera che la storia non si ripeta!): le leggi razziali del 1938 contro gli Ebrei promulgate da Mussolini e il successivo genocidio perpetrato dal nazismo e dal fascismo, insieme. Le leggi razziali promulgate prima in Germania e poi in Italia ebbero una notevole "presa" su una consistente parte dell'opinione pubblica: come conseguenza di tali leggi i beni e le attività degli Ebrei venivano loro confiscati e messi a disposizione dello stato, cioè della maggioranza "ariana": un'espropriazione criminale legalizzata (scusate il gioco di parole) che negli ultimi anni è stata oggetto di un esame storico più approfondito alla luce anche di nuovi documenti resisi disponibili [1,2], dopo che l'attenzione degli studiosi e degli storici si era maggiormente concentrata sull'aspetto più brutale della persecuzione anti-semite e cioè sullo studio del sistema repressivo e concentrazionario italiano e tedesco.

Quello della spoliazione dei beni delle vittime è un aspetto che merita di essere tenuto in considerazione anche quando si affronta la tragica vicenda della guerra ai Kulaki intrapresa da Stalin alla fine degli anni 20, e del "grande terrore", con le deportazioni che ne conseguirono, scatenato - sempre da Stalin - a partire dal 1936. E' importante parlarne, oggi, perché a distanza di decenni dall'Olocausto e dalle leggi razziali italiane, assistiamo ancora a stermini e massacri di massa perpetrati in nome di false ragioni ideologiche o religiose che in realtà nascondono la volontà predatoria di un certo ceto politico disposto a tutto pur di coltivare "l'interesse personale": lo abbiamo visto in Ruanda, nella ex Jugoslavia, ma aggiungerei anche in Cecenia, in Tibet, in Darfur e nell'eterno conflitto Israelo-Palestinese.

Tuttavia, il perseguimento dell'interesse personale, spiega Clea Koff, anche se decisivo, da solo non basta a rendere possibili i crimini di stato su larga scala: "C'è un'altra condizione indispensabile: la presenza di una popolazione corruttibile con beni o potere, disposta ad accettare televisori al plasma provenienti da qualche saccheggio o appezzamenti di terra acquisiti uccidendo il proprio vicino di casa. In assenza di questo presupposto, in Ruanda non sarebbe stato possibile troncare quasi un milione di vite in appena tre mesi, né a Vukovar radere al suolo le case dei croati e non quelle dei serbo-croati. Chi non era negli elenchi delle persone da ammazzare ha semplicemente accettato la propaganda di regime, secondo cui i propri vicini erano «diversi»." .

"Quando le persone conoscono i meccanismi che regolano la propria vita al punto da non lasciarsi influenzare dalla propaganda, viene a mancare una delle condizioni fondamentali che rendono possibili genocidi e stermini. Un esempio aiuta a capire questo concetto: nel 1997, in Ruanda, alcuni uomini armati fecero irruzione in una scuola e intimarono agli allievi di alzarsi e di dividersi in hutu e tutsi. I bambini si rifiutarono dicendo: «Qui non ci sono né Hutu, né Tutsi, ma soltanto ruandesi», e gli uomini armati ne uccisero la maggior parte. Si trattò dell'ennesimo episodio cruento, ma l'atteggiamento di quei bambini lasciò intravedere quel raggio di speranza che non c'era nei loro genitori."

Anche qui avremmo molto da imparare dalla nostra storia. Come riportato da alcune fonti [3]: "Uno degli epicentri della "pulizia etnica" del fascismo sono le scuole e le Università. Nel giro di poche settimane, 96 professori universitari, 133 assistenti universitari, 279 presidi e professori di scuola media, oltre un centinaio di maestri elementari, oltre 200 liberi docenti, 200 studenti universitari, 1000 delle scuole secondarie e 4400 delle elementari vengono allontanati dagli atenei e dalle scuole pubbliche del regno: una profonda ferita, mai completamente rimarginata, viene inferta alla cultura italiana."

A questa "pulizia etnica" non corrispose - ahimé - un'adeguata reazione da parte del ceto intellettuale: basterebbe ricordare l'adesione di massa dei docenti universitari al fascismo - alcuni poi confessarono di aver sottoscritto il giuramento senza convinzione ma solo per opportunità oppure per poter continuare dall'interno l'azione contro il regime - se si eccettuano soltanto 12 professori. Forse perché allontanando i docenti e il personale tecnico ebreo si aprivano opportunità professionali e di carriera per quelli che rimanevano?

E l'atteggiamento di sostanziale indifferenza - se non addirittura complicità - da parte della società civile, politica e del ceto medio dell'epoca verso le leggi razziali che costrinsero gli Ebrei - tra le altre cose - ad abbandonare le attività commerciali ed imprenditoriali, fu solo determinata dalla "paura" oppure ad esso contribuì anche la prospettiva di maggiori opportunità di fatturato e di guadagno per i commercianti e gli artigiani "ariani-italiani" dell'epoca che avrebbero "rilevato" le attività ed i clienti lasciati liberi (come ben descritto dal regista Ettore Scola nel suo film: "Concorrenza sleale")?

Al pari delle leggi e della loro osservanza, è allora di fondamentale importanza la diffusione ed il consolidamento di una cultura delle regole e della convivenza civile che può - e deve - essere insegnata a partire dalla scuola, oltre che dalla famiglia. Quella cultura del rispetto degli altri e di sé stessi che oltre a contribuire a combattere fenomeni come il bullismo (come è stato evidenziato in un altro intervento di qualche giorno fa sul sito dell'Osservatorio) ci metterebbe più al riparo anche da avventure autoritarie che, come la storia insegna, portano sempre a tragedie immani.

Purtroppo i segnali nel senso di un deterioramento della coscienza civile non mancano. Pochi giorni fa, alla radio, i notiziari hanno riferito di alcuni candidati alle prossime elezioni che distribuiscono telefonini con videocamera in modo che l'elettore, nella cabina di voto, può filmare la scheda mentre traccia il segno sul partito. Se ha votato come convenuto, l'elettore può tenersi il telefonino.

Mi chiedo - e vi chiedo: a questo siamo arrivati? A svenderci il diritto di votare liberamente e secondo coscienza per un telefonino da 50 euro? Se siamo disposti a cedere la nostra coscienza di cittadini per così poco, che cosa ci impedisce in un prossimo futuro di partecipare alle ronde ed alle squadre della morte per fare piazza pulita dei "diversi" in cambio di un televisore al plasma o dell'ultimo modello di portatile?

1) J. Ziegler, "L'oro, la Svizzera, i morti", Mondadori, 1997

2) F. Calvi, "I nazisti che hanno vinto", Piemme, 2005

3) sito di Roma civica

Speciale razzismo

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