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NEW del 17 giugno
2006
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Diffusione
della corruzione e sue conseguenze Circa dodici anni fa Tangentopoli, poi le truffe a danno dei risparmiatori, poi Bancopoli, oggi Calciopoli. E forse ci accorgeremo che nessun settore della nostra società potrà restare immune dalla corruzione di ieri e di oggi, se non si farà strada una più sentita cultura della legalità. Nemmeno la punta di diamante della nostra collettività, l'Università, è tuttora al riparo da fenomeni abietti: i favoritismi e le pratiche nepotistiche ancora sbarrano la strada ad un certo numero di giovani ricercatori, bravi e precari; le carriere fulminanti di alcuni "furbetti" lasciano ancora senza fiato coloro i quali, con le loro forze, i loro lavori, cercano di salire di un gradino le tre fasce di docenza; la prepotenza sfacciata dei baroni ancora causa disagio, a volte estremo, a chi non accetta l'annullamento delle regole scritte a favore di quelle non scritte. Ed è sempre lo stesso meccanismo: tutto corre sui fili del telefono di alcuni "furbastri" (sorte di cupole diffuse localmente e su tutto il territorio nazionale), con l'aggravante che le linee utilizzate sono pagate dai contribuenti. Eppure, oltre al danno economico, si procura alla nostra società un danno molto più grave, forse non immediatamente quantificabile, ma facilmente intuibile. Un argomento apparentemente non collegato con un clima di rinnovata preoccupazione per il futuro e di un diffuso scetticismo sul grado di applicazione delle regole condivise, è la tendenza, da parte di alcuni giovani, a ricorrere a percorsi di vita in passato non propriamente appartenenti al loro mondo. Si legge, infatti, che sono sempre più i giovani che subiscono il fascino delle logge massoniche, e tra questi, coloro i quali coltivano specifiche ambizioni di carriera. Dovrà allora essere rassicurante, ci chiediamo, sapere che esiste un ristretto circolo di persone, che può ramificare la propria influenza a tutti i livelli, per poter promuovere ora questa ora quella persona, ora questa ora quella specifica azione? Ci devono preoccupare questi fenomeni sociali, o dobbiamo considerare il tutto fisiologico, in una società nella quale i punti di aggregazione istituzionali sul territorio (pensiamo, ad esempio, ai partiti politici) hanno concesso a ristrette oligarchie locali, in via esclusiva, il loro imprimatur? Di certo questo è un segnale importante, da cogliere, perché ci indica come si possano diffondere e consolidare pratiche che poco hanno a che fare con la vita democratica, nella quale ogni individuo ha le stesse possibilità di crescita sociale e dove nessuno dovrebbe essere privilegiato per censo, per nascita, per credo religioso o appartenenza politica. I partiti politici, dal canto loro, non si preoccupano più di diffondere in modo capillare e reale i loro valori democratici. Infatti, partiti senza un vero radicamento sul territorio raccolgono consensi nelle elezioni politiche, senza che questi stessi consensi vengano in eguale proporzione conseguiti nelle consultazioni amministrative. Ciò è avvenuto, per esempio, a Salerno, dove i partiti di centro-destra si sono affermati a livello politico, ma dove essi non sono riesciti ad esprimere una compagine che potesse sfidare i due candidati del centro-sinistra, entrambi approdati al ballottaggio. E però, consolidare la base di rappresentanza democratica nelle sezioni, che sono ormai dei contenitori semi-vuoti e non più fucina di giovani leve di politici, sarebbe del tutto superfluo, visto che il consenso viene costruito attraverso le rappresentazioni catodiche che i vari capi-partito danno della loro compagine. Pertanto ai partiti, sempre più, si sostituiscono, per la raccolta dei consensi, centri di interesse, come, ad esempio, attività di servizi, produttive, o creditizie, magari collaterali al partito stesso. Fenomeni di sfibramento del tessuto sociale, che tendono ad isolare l'individuo come un atollo facente parte di piccoli o piccolissimi arcipelaghi di interesse specifico, oppure naturale evoluzione della nostra società moderna, dove i fattori tempo e denaro condizionano fortemente i rapporti interpersonali? Sembra quasi che il dibattito su questi temi sia stato rimandato ad altri momenti. Eppure tutti questi fenomeni hanno un'unica matrice, che si riconduce all'abbandono di alcuni capisaldi delle regole condivise, valide per tutti, per le quali siamo tutti ugualmente garantiti, nei nostri diritti, e perseguibili, nel caso commettiamo dei reati. Tutto ciò a favore di quelle regole non scritte, ma praticate da una sorta di società parallela, nei metodi molto simile alle associazioni per delinquere di stampo mafioso. E' così che ristrette oligarchie possono decidere sull'andamento del campionato di calcio, condizionando, in modo diretto o indiretto, gli addetti al lavoro; altre possono influenzare l'andamento di concorsi a livello locale o nazionale, per ottenere la promozione dei propri protetti; altre ancora possono costruire una classe dirigente nazionale in modo abbastanza indipendente dal consenso popolare, avendo sottratto ai cittadini la possibilità di scelta del candidato; altre, infine, possono decidere di controllare i gangli vitali della vita economica di un'intera regione, espungendo così dal territorio tutte le forze imprenditoriali sane. E non per questo mettiamo tutti questi fenomeni sullo stesso piano, ma indichiamo solamente una comunanza di metodi, che rendono queste manifestazioni sociali molto simili tra loro. In effetti, i metodi di lavoro di queste oligarchie sono gli stessi; si parte dall'esproprio di alcuni diritti del cittadino, avocando a sé la capacità di influire su un certo settore di intervento, creando, di fatto, anche un restringimento delle capacità di intervento partecipativo del cittadino stesso, che alla fine diviene vittima del sistema e impossibilitato a reagire. Si sente da più parti, nell'ambiente universitario, dire sottovoce "questa è vera mafia", e alla fine si auspica sempre un "intervento esterno", come se il sistema non avesse più anticorpi sufficienti a respingere la corruzione diffusa. Chi isolatamente tentasse un approccio "etico" alla questione, infatti, rimarrebbe schiacciato dal sistema stesso. Ecco che figli di noti docenti vengono promossi all'interno delle mura dell'ateneo, o, nel migliore dei casi, in quelle di un ateneo limitrofo senza che nessuno, indipendentemente dai meriti del candidato figlio d'arte, gridi allo scandalo. Regole etiche vorrebbero che, nel raggio di influenza del padre, il figlio non concorresse. Ma la legge lo consente e così, anche se la legge non consente altri interventi di sorta, le cose si fanno in questo modo. Ed ecco, nel caso della politica, giungere in Parlamento, grazie alla possibilità di cooptare chiunque grazie alla legge elettorale voluta dal centro-destra, personaggi affettivamente legati ai capi-partito. E nessuno grida allo scandalo. Nel caso di Calciopoli, invece, il cittadino diventa il tifoso e il settore di intervento (potremmo dire il "campo di gioco") è il campionato di calcio. L'impressione, però, è quella di assistere a dinamiche del tutto simili. I figli d'arte intervengono, grazie all'influenza paterna, direttamente nel contesto, e da lì non solo rafforzano la presenza paterna, ma lavorano per risucchiare nell'orbita del sistema di potere tutti gli addetti ai lavori, anche quelli più recalcitranti, anche quelli moralmente più integri. Laddove non possono le promesse, arrivano le minacce. E una persona che si sente un privilegiato, perché appartiene ad un contesto che vive sotto le luci della ribalta, non sempre è disposto ad abbandonare il "campo di gioco". Ritornando alla nostra descrizione generale, possiamo allora affermare che si procede col rendere sempre più elitario il cerchio di persone che decidono il destino del settore, mentre, nel contempo, si estende l'influenza della "setta", di questa cerchia, a tutto il contesto, dal quale vengono espulsi tutto coloro i quali non si piegano alle regole non scritte. Procedendo col parallelo di Calciopoli, si può dire che un ristretto numero di personaggi sono in grado di influenzare anche i commenti della stampa, essendo giunti al vertice della cupola, e tutti coloro i quali osano rompere il silenzio omertoso degli addetti ai lavori, o si permettono il lusso di sottrarsi agli obblighi contratti nei confronti del sistema di potere, vengono considerati non più parte del sistema stesso e da esso rigettati in vari modo, anche attraverso pratiche di mobbing vere e proprie. Ecco che il cerchio si chiude e solo un intervento esterno al settore, quale quello della magistratura, può ripristinare un corretto modo di intendere i rapporti tra gli operatori del settore. Concludiamo allora dicendo che i controlli esterni ai vari ambiti della nostra società possono essere un rimedio estremo al diffondersi dell'illegalità, che, inevitabilmente, comporta un malessere diffuso negli ambienti interessati. Nel caso della malavita organizzata, il malessere sociale si misura con il regredire delle attività sociali, culturali ed economiche del territorio dove il fenomeno malavitoso si innesta. E però, laddove la cultura della legalità ha la possibilità di creare un argine al diffondersi dei comportamenti criminosi, non si giunge all'implosione del contesto, così come, per esempio, è avvenuto al sistema di corruzione messo su dai partiti, che va sotto il nome di Tangentopoli. E' per questo che bisogna sostenere l'azione di chi si batte per informare il cittadino e per diffondere la cultura della legalità. Attraverso la sensibilizzazione delle coscienze potremo sperare di poter contenere una diffusione estrema della corruzione, così come purtroppo l'abbiamo conosciuta nel passato e continuiamo a percepirla nel presente, in vari ambiti. * Membro dell'Osservatorio sulla legalita' e sui diritti onlus. ___________ NB:
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