NOTIZIARIO del 25 novembre 2003

 
     

Lo stravolgimento delle parole
di Elio Rindone

Attenuatosi, col passare dei giorni, il clamore della retorica patriottarda esploso in seguito alla strage di Nassiriya, vale la pena di soffermarsi su alcune delle parole più usate in questa tristissima circostanza per evidenziare, dizionario alla mano, il vero e proprio capovolgimento della realtà operato da buona parte dell'informazione giornalistica e televisiva, ormai palesemente ridotta a semplice megafono del potere.

E' appena il caso di ribadire la sincera, commossa e doverosa partecipazione di tutto il popolo italiano al dolore dei familiari dei militari e dei civili morti in Iraq, senza dimenticare la sofferenza di tutte le famiglie che portano il peso dei lutti provocati dalla guerra in corso. Non sono qui in discussione il rispetto e l'ammirazione per coloro che si sono recati in Iraq per contribuire alla ricostruzione di quel Paese e che hanno perso la vita ma l'uso propagandistico che si è fatto di questi morti.

Eroi sono stati definiti gli Italiani vittime dell'attentato. Eroe può essere a buon diritto considerato chi dà prova di straordinario coraggio e abnegazione. Queste virtù non dipendono certo dall'essere dilaniati da una terribile carica di esplosivo ma dalla decisione di recarsi in Iraq nonostante i pericoli connessi alla missione. Ma allora perchè definire eroi solo i morti e non tutti i 2.700 militari che hanno accettato di partire affrontando gli stessi pericoli?

Per dare prova di coraggio e abnegazione, inoltre, bisogna essere consapevoli dei rischi che si corrono. Ora, prescindendo dal giudizio sul grado di consapevolezza dei singoli, si può essere certi che i militari italiani erano stati adeguatamente informati sulla gravità della situazione irachena? Se ne può dubitare, dal momento che era stata proclamata la fine della guerra, si era parlato per il contingente italiano di compiti umanitari e si era assicurato che la zona meridionale dell'Iraq era lontana dai pericoli di Baghdad.

E, prescindendo sempre dalle motivazioni individuali, quanto ha pesato sulla decisione di tanti uomini di recarsi in Iraq, accanto a un senso di solidarietà con una popolazione sofferente, il comprensibile desiderio di sfuggire alla povertà o alla disoccupazione? E' noto che tra i carabinieri c'è una concorrenza addirittura spietata per essere assegnati alle missioni estere, dato che con ciò che si guadagna in pochi mesi è possibile superare le ristrettezze economiche proprie di chi vive con un misero stipendio.

Missione di pace quella italiana, è stato ripetutamente affermato.

Il compito affidato ai militari italiani sarebbe stato dunque quello di contribuire alla pacificazione di un Paese liberato, dopo una breve guerra, da una dittatura sanguinaria. Ma tutti sappiamo che l'invio dei soldati è stato voluto da parlamentari che si sono affrettati a spedirli in Iraq non appena gli Stati Uniti hanno proclamato la fine di una guerra preventiva, scatenata assolutamente al di fuori della legalità internazionale ed esplicitamente approvata dai governanti italiani. In Iraq, invece, finita non la guerra ma solo la prima fase di essa, quella delle bombe 'intelligenti' che hanno devastato il territorio e ucciso migliaia di civili, è iniziata la seconda, quella della guerriglia e degli attentati.

Anche i nostri militari, quindi, al di là delle intenzioni soggettive che in questa situazione evidentemente contano poco, non possono non apparire agli occhi degli Iracheni che come truppe d'occupazione, oggettivamente alleate degli aggressori americani esattamente come quelle inglesi o polacche. E' chiaro, allora, che un governo apertamente schierato non può affidare una missione di pace perchè, essendo la guerra in corso, i suoi militari presenti sul terreno sono sentiti inevitabilmente come nemici.

Sacrificio è stato infine chiamato quello dei caduti.

Ma sacrificio è la disponibilità ad offrire la vita per un nobile scopo. Per quale fine si sarebbero sacrificati i militari italiani? Per portare la democrazia in Iraq? Per combattere il terrorismo? Per la difesa della Patria e delle libertà dell'Occidente? Penso che ormai più nessuno creda alla favola che la democrazia si possa esportare con le bombe: questa era una bugia paragonabile solo a quella dell'esistenza in Iraq di armi di distruzione di massa. E che la pratica del terrorismo, che va combattuta nel quadro della legalità internazionale, dalla guerra irachena non sia stata debellata ma moltiplicata in modo catastrofico è sotto gli occhi di tutti.

Caduta ogni finzione, è ormai chiaro che lo scopo vero dell'aggressione all'Iraq era l'affermazione dell'egemonia planetaria degli Stati Uniti, decisi a difendere i loro interessi economici mediante il ricorso alla forza anche senza il consenso della comunità internazionale. Non è dunque corretto parlare di sacrificio per i nostri militari: il loro invio in Iraq non rispondeva all'interesse dell'Occidente nè, in particolare, dell'Italia ma semmai dei suoi governanti, desiderosi di accreditarsi presso l'Amministrazione americana.

Perciò bisogna concludere che essi sono rimasti vittime, assieme a tanti altri uomini di diversa nazionalità, non solo della follia della guerra ma anche della propaganda che l'ha resa possibile perchè capace di stravolgere il senso delle parole, chiamando lotta per la libertà una politica di conquista, forze di liberazione quelle d'occupazione e difesa della Patria una guerra d'aggressione. Ecco perchè parole che evocano nobili emozioni sono ora indispensabili per dare un senso al dolore e coprire le responsabilità di chi lo ha provocato. Nulla di più adatto allo scopo della Patria, che diviene così un idolo sul cui altare si offre il sacrificio degli eroi caduti in una missione di pace.

E si capisce perchè, per i responsabili di tante morti, nulla sia più temibile di chi vuol dare alle parole il loro senso, svelando l'inganno derivante dall'uso distorto di esse. Si spiega, quindi, la necessità di togliere, in questa occasione più che mai, la parola a coloro che erano e sono contrari alla guerra e che, contestando la manipolazione mediatica, chiamano le cose col loro nome, dicendo che la costrizione è il contrario della libertà, l'aggressione il contrario della difesa e la guerra il contrario della pace.

Già il nazista Herman Goering sapeva che "i popoli possono essere sempre ricondotti al volere dei capi... Basta convincerli che stanno per essere attaccati e accusare i pacifisti di antipatriottismo e di esporre il paese al pericolo. Funziona sempre così, ovunque".

Ma forse qualcosa sta cambiando: quest'anno oltre cento milioni di uomini e donne sono scesi in piazza contro la guerra. E' un grande motivo di speranza e c'è da augurarsi che proprio questi uomini e queste donne, che provano vera pietà per i morti, possano far sentire con forza crescente la loro voce, ridando alle parole il loro senso e battendosi perchè altri uomini non perdano la vita per difendere gli interessi dei potenti.

Bollettino Osservatorio

_____________

I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE COPIATI CITANDO E LINKANDO LA FONTE