NOTIZIARIO del 24 novembre 2003

 
     

"Beato il popolo che non ha bisogno di eroi!"
di Carlo Simoncini

Il primo sentimento che si deve esprimere di fronte all'attentato di Nassiriya è il dolore e la solidarietà verso le famiglie delle vittime, militari e civili. Questa solidarietà non deve essere attenuata da alcuna espressione, che possa indicare sottovalutazione o disincanto, in quanto essa suonerebbe offensiva verso persone che sono state così duramente colpite nei loro affetti più cari.

Utilizzo di proposito questa espressione che può apparire logorata dall'eccessivo uso, perché, ciononostante, non la ritengo retorica, ma credo che invece sia adeguata alla gravità di ciò che è accaduto. Si può anche comprendere che la gravità dell'atto terroristico abbia provocato in tutto il Paese un'ondata di emotività; che la gente si sia stretta intorno ai carabinieri - non solo a quelli morti e a quelli feriti nell'attentato - ma in genere intorno all'Arma, avvertendola come un corpo che rappresenta tutto il popolo italiano.

Non si può però nascondere il fatto che, per certi aspetti, l'emotività ha portato lontano dalla ragione e dalla verità. Lasciamo pure da parte il fatto che l'attentato sia stato definito "vile", quando non c'è nulla di meno vile di un'azione suicida: quindi definiamo l'attentato "criminale", "terroristico", "folle", ma non "vile". Al riguardo, ritengo del tutto fuori luogo i paragoni con la Resistenza italiana.

Tuttavia - piaccia o non piaccia - è innegabile che chi ha compiuto l'attentato abbia agito per liberare il proprio Paese da un'occupazione militare straniera. Il regime di occupazione militare sarà (anzi certamente è) migliore di quello tirannico di Saddam Hussein. Resta però il fatto che, evidentemente, gli iracheni (o almeno buona parte di essi) non la pensano così (e non li si può convincere con le armi); resta il fatto che l'occupazione militare straniera (anche da parte del contingente italiano) si scontra con il principio - più volte celebrato dalla nostra civiltà occidentale - di autodeterminazione dei popoli.

Anche la qualifica di "eroi" attribuita ai carabinieri morti non convince. I militari italiani non erano andati in Irak per compiere un'impresa eroica. Lo stesso presidente del consiglio ha dichiarato che l'esistenza di un pericolo di questo livello non era stata prevista. L'atto di eroismo comporta il compimento di gesti volontari, con la consapevolezza del rischio che si affronta.

In questo caso l'attentato terroristico ha colpito a caso e a sorpresa. Alcuni militari sono morti, altri sono rimasti feriti, la maggior parte, fortunatamente, è rimasta illesa. Ma erano tutti nella stessa situazione, morti, feriti e sopravvissuti: quindi o tutti eroi o nessun eroe. Viene alla mente Brecht: "Beato il popolo che non ha bisogno di eroi!". Neppure in questo caso c'era bisogno di eroi.

La verità è che questi soldati morti non sono eroi, ma caso mai sono martiri, sono vittime. Vittime non solo dei terroristi iracheni, ma vittime anche dell'insipienza e della superficialità del governo italiano, che ha inviato questa spedizione sottovalutandone i rischi, come lo stesso Berlusconi ha candidamente ammesso. Vittime dei comandi militari, che hanno colpevolmente trascurato le segnalazioni del pericolo che da più parti erano pervenute. Vittime del luogo comune: "Italiani brava gente".

Si è detto che non si deve speculare politicamente sulla tragedia. Ma questo richiamo all'unità nazionale vorrebbe proprio impedire di affrontare le responsabilità politiche di ciò che è accaduto. I carabinieri morti vengono definiti "eroici" per evitare appunto che siano considerati "vittime" di queste responsabilità. Chi specula sulla tragedia è allora chi vorrebbe distrarre l'opinione pubblica da una sincera analisi della situazione, sfruttando l'ondata emotiva. Al contrario, quanto più la tragedia è grande, quanto più è forte la sofferenza, quanto più il popolo italiano si sente colpito, tanto più deve essere approfondita l'analisi dei fatti e devono esserne individuate le connesse responsabilità politiche.

La verità è che queste morti pesano sulla coscienza del ministro Martino e del presidente del consiglio, che a tutti i costi hanno voluto inviare questa spedizione militare per puro servilismo verso gli Stati Uniti, chiamandola "missione di pace" contro ogni evidenza e sottovalutandone i rischi per i nostri soldati.

Per questo il ministro della Difesa si dovrebbe dimettere. Altro che speculazione politica! La verità è che queste morti sono inutili. Dispiace dirlo nel momento del cordoglio. Pensare che il sacrificio di questi soldati possa essere utile potrà forse essere di consolazione per le famiglie, ma purtroppo non è così.

E' un sacrificio inutile, un sacrificio di ragazzi mandati allo sbaraglio da un governo, che aveva (e ha) l'unico scopo di sedersi a fianco del potente alleato e rivendicare un attestato di fedeltà. Ma quella che più di altre appare lontano dalla ragionevolezza è l'opinione di chi ritiene che questo attentato debba indurre a mantenere la presenza militare italiana in Irak.

Si può citare in questo senso la posizione di D'Alema, ma anche quella espressa nell'omelia funebre dal cardinal Ruini, in dissenso rispetto alle posizioni più volte espresse in precedenza dal papa e dalla Chiesa cattolica. Si è letto perfino che alcuni carabinieri feriti nell'attentato avrebbero chiesto di essere rimandati al più presto in Irak, per finire il lavoro da compiere. L'ondata di emotività che ha pervaso il Paese ha offuscato la ragione fino a questo punto!

Si sostiene che andarsene ora significherebbe scappare di fronte al pericolo. Ma questa è una logica muscolare, militaresca, da caserma. Se l'intervento militare italiano era sbagliato prima, a maggior ragione è sbagliato ora, dopo che si è purtroppo verificato quanto fossero fondate le ragioni di chi vi si opponeva.

Se si voleva effettuare un intervento di sostegno alla popolazione civile, si doveva mandare la Croce Rossa, si dovevano mandare viveri, medicine (Emergency c'è andata per conto suo, senza suoni di fanfare), ma che c'entrano i carabinieri?

Ora è chiaro che la popolazione civile questi aiuti armati non li gradisce. Quindi che senso ha volerli imporre con la forza? Voler restare in Irak, dopo che si è verificato che la presenza italiana (così come quella americana e inglese) è vista dagli iracheni come un'occupazione militare?

Occorre allora mettere a tacere i sentimenti revanscisti che vengono dagli alti comandi militari e decidere saggiamente di far rientrare al più presto il nostro contingente dall' Irak. I militari dovranno adeguarsi. Non sono "usi a obbedir tacendo"? Allora sì che queste morti saranno servite a qualcosa: quantomeno ad evitarne altre..

Bollettino Osservatorio

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