NOTIZIARIO del 13 novembre 2003

 
     

Terrore in Iraq attaccati gli italiani
Sono almeno 17 i morti accertati tra soldati e carabinieri nell’attacco di questa mattina. Si scava tra le macerie in un clima surreale.
di Gianni Perrelli , dall'Iraq

Erano le 10,40 in Italia quando due camion pieni di esplosivo hanno distrutto questa mattina la base dei carabinieri italiani di Nassirya, uccidendo almeno 16 tra soldati e carabinieri italiani. Decine e decine di feriti. E’ il più grave episodio di guerra che coinvolge l’Italia dal 1945, quando è finito il Secondo conflitto mondiale. Mentre si scava tra le macerie per recuperare i corpi delle vittime, cresce il terrore tra i soldati della forza multinazionale presente in Iraq.

La psicosi riga i volti quasi imberbi dei giovani fanti scaraventati nelle trappole mortali di Baghdad. Ogni incrocio è diventato una roulette russa. Dalle torrette degli Humvee, i blindati con cui pattugliano le città, i mitraglieri protetti da due scudi di acciaio scrutano con estrema tensione i flussi imprevedibili del traffico. Una macchina che va troppo veloce, specie se bianca (come le ambulanze e le false auto della polizia usate negli ultimi attentati), è un segnale d'allarme.

Come si fa a conservare i nervi freddi in un ambiente ostile, in cui la guerriglia urbana dall'inizio del Ramadan ha alzato il tiro sferrando una mezza dozzina di offensive al giorno? Il nemico può essere chiunque. La morte arriva indifferentemente da terra (autobombe e proiettili) e dal cielo (razzi e missili). Di giorno e di notte. Si ha paura anche della propria ombra. In balia degli eventi, salvare la pelle può essere solo una questione di attimi o di fortuna.

L'abbattimento del Chinook alla periferia di Falluja, con la sua simbologia evocatrice di altre grandi tragedie (Vietnam e Somalia), segna l'inizio di un'escalation del terrore. Nei quartieri generali della Coalition Provisional Authority, gli ex palazzi presidenziali di Saddam ormai nel mirino, attaccati in un capovolgimento di fronte con lanci di granate, le misure di sicurezza sfiorano la paranoia.

Obbligo di indossare i giubbetti antiproiettile anche a letto. Mitra a portata di mano perfino per il personale medico. Per i civili, non meno di otto controlli davanti ai fucili spianati, fra esami dei documenti, metal detector e ispezioni manuali, prima di accedere perfino agli uffici meno strategici.

I capi, a partire da Paul Bremer (il proconsole di George Bush), si sforzano di accantonare le angosce, sottolineando i progressi. Ripristino dell'energia elettrica, ospedali in funzione, prime stesure della Costituzione, prossima riapertura della Borsa. E ubriacandosi di nuovi progetti sulla ricostruzione (si vagheggia addirittura una metropolitana). Le luci non si spengono mai prima di mezzanotte.

La parola d'ordine, monotona come un disco rotto, predica la fiducia nella normalizzazione. Business as usual. Anche fra i soldati, per ora, non ce n'è uno che pianga apertamente il morto. I caduti vanno onorati come eroi che si sono immolati nella lotta patriottica contro il terrorismo.

C'è perfino chi si azzarda a dichiarare, non si sa se per ubbidire agli ordini di scuderia o per farsi coraggio, che il 99 per cento degli iracheni apprezza il lavoro degli americani, quando invece l'ultimo sondaggio indica che meno del 15 per cento li vede come liberatori. «È stata una settimana terribile», concede il sergente Mark Ingham, portavoce militare: «Qui c'è ancora molto lavoro da fare».

Solo off records trapela la frustrazione dell'isolamento. Non c'è contatto con la gente del posto. Gli americani vivono in una bolla artificiale, una specie di campus autosufficiente scollegato dai drammi circostanti. Non hanno il polso del paese reale. Chi di giorno lavora all'esterno ha storie orrende da raccontare.

Anna Prouse, una consulente italiana che collabora con il locale ministero della Sanità, è viva per miracolo. Durante un tragitto in auto la guardia del corpo ha alzato improvvisamente il fucile. Ha fatto secco l'autista e poi ha rivolto l'arma contro di lei. Che si è salvata voltandosi di scatto. Un colonnello non mette più piede fuori dalla cittadella americana da quando è scampato a un ordigno telecomandato in pieno centro. I superstiti degli attentati chiedono di riciclarsi in mansioni di fureria.

Lo "Stress control team", composto da un gruppo di militari psichiatri, opera a tempo pieno. Ma anche questi medici di trincea hanno i loro crolli. John Bowersox, che in tanti anni di esperienza nell'Air Force ha imparato a esorcizzare ogni orrore, rivela di essere rimasto sconvolto dallo scenario terrificante dell'elicottero abbattuto.

I soldati meno stravolti sono quelli impiegati nei ghetti dorati degli uffici presidenziali e dell'aeroporto. Dotati dei comfort americani (palestre, locali per ascoltare musica, spacci). I più depressi sono quelli dislocati nelle postazioni disagiate: le ex caserme della Guardia repubblicana o le sedi Baath intorno alle aeree più incandescenti (come Sadr City o Abu Ghraib, che ospita il carcere più grande del paese). Hanno in mente solo un congedo che non arriva mai. Al contrario dei graduati non vanno neanche in licenza-premio in Kuwait.

Zaid Abd Rahman, un americano di origine saudita, reclama il diritto islamico di festeggiare a casa il Ramadan. È in aumento anche il numero dei suicidi. Alla trasmissione televisiva "Good morning America" i più arrabbiati non si trattengono dall'attaccare le autorità. Domanda: «Se fosse qui davanti a voi il ministro della Difesa Donald Rumsfeld cosa gli chiedereste?». Risposta: «Di dimettersi». Un anonimo soldato racconta a un giornale un incubo ricorrente: «Sparo contro un gruppo di iracheni. Poi vengo trascinato in tribunale dove vengo interrogato da giudici coi volti nascosti dai cappucci del Ku Klux Klan. Penso che solo Freud riuscirebbe a venirne a capo».

Si fa strada la percezione di essere finiti nel pantano. Rispuntano inevitabilmente gli incubi del Vietnam anche se quella fu una storia diversa, scandita in tempi interminabili. Allora c'era di fronte un nemico ufficiale, che si batteva in nome di un popolo e di un'ideologia. Qui c'è da combattere contro i fantasmi, terroristi che spuntano dal nulla. E nelle tenebre si rifugiano senza neppure rivendicare le azioni.

Ma intanto stanno vincendo la guerra psicologica. Ha smobilitato l'Onu, ha ridotto al minimo l'attività la Croce Rossa, si sentono sotto tiro tutte le ambasciate, i cittadini dei paesi anglosassoni sono stati vivamente pregati di scappare dall'Iraq. Baghdad è diventata una sterminata caserma. Non c'è edificio importante che non sia circondato da muri di cemento armato (in gergo vengono chiamati Texas i più alti, New Jersey i più bassi), da sacchetti di sabbia (Dallas), cavalli di frisia. I tracciati stradali sono stravolti.

Tutta la città è un percorso di guerra. Davanti agli ingressi degli uffici pubblici i vigilantes delle agenzie private stazionano impugnando i kalashnikov. Anche gli alberghi, dopo le tempeste di fuoco abbattutesi sul Baghdad e sul Rasheed (occupati solo da americani), si sono trasformati in fortilizi. Dai più piccoli che cercano di proteggersi alla buona dalle autobomba con i bidoni vuoti e i rotoli di filo spinato, e piazzano nella hall gorilla armati di mitragliette Uzi. A quelli più famosi, come il Palestine e lo Sheraton, dove si concentra la stampa internazionale.

L'area che si affaccia sul Tigri è stata sigillata come una fortezza. Blocchi di cemento costringono le auto a rallentare a passo d'uomo già un paio di isolati prima. Minuziose le perquisizioni: si controllano pure le batterie dei cellulari. Intorno ai carri armati i cani addestrati a fiutare l'odore di esplosivo abbaiano alla luna. «Sono nervosi anche loro», ironizza il marine che li tiene al guinzaglio. I più scossi, dopo la bomba esplosa in un ritrovo di pellegrini a Karbala, dormono sulla moquette con i materassi appoggiati alle finestre.

Il 1. novembre, sei mesi esatti dopo la fine delle ostilità, è bastato un lancio di volantini che invitava ad astenersi da ogni attività nella "giornata della resistenza" per far chiudere tutte le università e tutte le scuole, e paralizzare anche molte attività commerciali. Spente sono le notti del Ramadan, il periodo dell'anno in cui dopo il tramonto la gente si riversava per le strade e celebrava la ricorrenza nei ristoranti e negli shopping center. Il coprifuoco è stato abolito, ma la paura lo tiene vivo di fatto.

Quest'anno si banchetta in casa, con gli occhi incollati sulle carte da gioco o sul domino, e le orecchie tese ai botti (lanci di granate, raffiche di mitra). «Non andiamo neanche più dai parenti», si lamenta Essam Abdul Wahab, impiegato al ministero del Commercio: «Solo i pazzi attraversano di sera la città». I supermercati di Karrada e Al Mansour, i quartieri borghesi, abbassano presto le saracinesche per mancanza di clientela, ma anche di disponibilità (a Baghdad, 5 milioni di abitanti, i disoccupati sono circa un milione).

Dice Abu Daoud, commerciante di elettronica: «Da me la maggior parte della gente entra solo per guardare». Rapporti di intelligence ipotizzano che dietro l'ondata di terrore ci sia la mano di Saddam sempre imboscato nelle paludi lungo il fiume Tigri. Per cinque mesi aveva inviato flebili segni di resistenza. La sua sopravvivenza era considerata più un problema simbolico che reale.

Ma oggi, in silenzio, il Raìs avrebbe assunto in prima persona la regia delle operazioni militari. Scegliendo di demolire la fiducia nel protettorato americano con attacchi non solo ai soldati Usa ma anche ai collaborazionisti (poliziotti e amministratori civili iracheni). Rispolverando i missili terra-aria Strela con cui aveva cercato di abbattere elicotteri già prima della strage di Falluja. E organizzando e finanziando il salto di qualità in un vertice con gli uomini rimastigli fedeli frazionato romanzescamente in più riprese (su macchine sempre in movimento e cambiate ogni dieci chilometri).

Primo fra tutti il generale Izzat Ibrahim Al Douri, vicepresidente del Consiglio della Rivoluzione, l'uomo che nel '99 ispirò a Saddam la svolta islamica, stanziando i fondi per le scuole religiose sunnite intorno a Tikrit (anche lui come il Raìs è originario di quell'area). Il generale conosce l'esatta ubicazione dell'enorme arsenale nascosto: 600 mila tonnellate di armi, secondo il segretario di Stato americano Colin Powell. E che grazie ai contatti con Ansar El Islam, un gruppo terroristico che opera in Kurdistan ed è legato a Al Qaeda, avrebbe operato la saldatura fra baathisti in rotta, feddayin in cerca di rivincite, combattenti islamici affluiti dall'estero e la centrale terroristica di Bin Laden.

Saddam, che quand'era al potere non si era compromesso con Al Qaeda, avrebbe accettato adesso un'alleanza tattica contro il nemico comune. Anche se l'intesa, dal punto di vista strategico, sembra avere corto respiro.

Le cellule di Bin Laden covano il progetto di trasformare l'Iraq in una teocrazia di stampo afgano. Saddam, se non coltiva realisticamente la chimera di un ritorno al potere reso improbabile dal livello di impopolarità sempre altissimo (due iracheni su tre, moltissimi pure fra quelli che vogliono mandare a casa gli americani, dicono ancor oggi che è stata un bene la sua cacciata), può vantarsi di continuare a ossessionare il popolo che ha tenuto sotto il tallone per oltre due decenni.

Pochissimi lo rimpiangono (inneggiano a lui solo nelle periferie sunnite) ma in ogni caso una rivincita l'ha già ottenuta. Ha portato a distanza di sei mesi per le strade di Baghdad quella guerriglia urbana che gli strateghi del Pentagono avevano scongiurato convincendo a suon di dollari molti generali della Guardia repubblicana a gettare le armi.

Gli americani dibattono sugli equilibri interni di questa nuova alleanza del terrore. Il generale Ricardo Sanchez, capo delle truppe americane di terra, non sa dire se la maggioranza sia composta da stranieri o iracheni. «Vengono prevalentemente da fuori e si addestrano nei campi ai confini con la Siria», si sbilancia il generale di brigata Mark Hertling.

A favore di questa tesi gioca la novità dei kamikaze che non rientrano nella tradizione sunnita. Sulla necessità di una risposta rapida c'è invece piena concordia. Lo impone Bush, che sull'Iraq si gioca la rielezione. Si sta potenziando l'intelligence. Il pugno di ferro si è abbattuto su Uja, il villaggio nativo di Saddam, classificato come il brodo di coltura del terrorismo. Tutti i 3.500 abitanti sono stati schedati e debbono esibire i documenti anche per l'acquisto di generi alimentari.

L'obiettivo principale resta quello di insediare quanto prima possibile un governo vero (quello provvisorio, 24 iracheni rappresentanti di tutte le fedi e le etnie, è una sorta di ectoplasma). E, prima ancora, c'è fretta di passare la patata bollente della sicurezza nelle mani dei poliziotti iracheni. Nelle prossime settimane sarà raddoppiato l'organico: da 35 a 70 mila. Ma mancano i mezzi. E i commissariati sono uno dei bersagli principali.

«Passiamo più tempo a difendere noi stessi che i cittadini», riconoscono gli agenti. Spaventati loro stessi dalla ferocia che dilania l'Iraq del dopoguerra.

l'Espresso, 12 novembre

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